Liberi dal dolore, un diritto poco riconosciuto



SBATTERE il mignolo del piede contro lo spigolo di un mobile o afferrare sovrappensiero una pentola di acqua bollente a mani nude. In entrambi casi il dolore, forte, istantaneo, ci dà un’informazione. Quasi a dirci “Attenzione, atteggiamento pericoloso”. Non è altro che una difesa, l’ultima, per lasciare la presa e scappare.  Noi, il più delle volte, siamo in grado di capire il messaggio. Lasciamo andare la pentola e la prossima volta indosseremo delle ciabatte. Ma quando il dolore diventa cronico, costante giorno dopo giorno, se continua a presentarsi senza nessun apparente motivo, perde la sua utilità. Smette di trasmettere qualsiasi informazione e diventa debilitante. A questo punto, l’unica possibilità è ricorrere a terapie che lo neutralizzino. Eppure, in Italia, 1 paziente su 4 non riesce ancora a trovare la terapia risolutiva. I trattamenti all’avanguardia ci sono ma li conoscono in pochi. Ne discutono in questi giorni gli esperti delle terapie del dolore, a Milano, in occasione del 5° international Theras day.

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LE CAUSE DEL DOLORE
Pur essendo una sensazione indubbiamente spiacevole, è una risposta importante del nostro corpo agli stimoli esterni di cui non possiamo fare a meno. “Il dolore è un meccanismo di difesa naturale- spiega Giuliano De Carolis, presidente della Federdolore-Sicd – il dolore acuto ci difende. È un campanello d’allarme per evitare i danni. Al contrario, il dolore cronico, quello che supera 3 o 6 mesi, è una malattia vera e propria che può protrarsi per decenni”. 
Sono oltre 16 milioni gli Italiani che soffrono di dolore cronico, quasi uno su 4. Spesso la colpa è di mal di schiena, cefalea ed emicrania. Ma si stima che almeno un quarto dei pazienti accetti la propria condizione semplicemente sopportando il dolore o tenendolo sotto controllo grazie ad antidolorifici non specifici. “Sapere che così tanti Italiani soffrono di dolori cronici è impressionante, ma quello che sconvolge ancora di più è il numero di quanti non sono trattati adeguatamente”, commenta De Carolis.
Le terapie esistono e non si tratta solo di buttar giù una pillola o fare un’iniezione. “Quando un paziente lamenta un dolore cronico, il primo scalino è il trattamento farmaceutico. Successivamente, se questo non funziona o se il paziente sviluppa criticità rispetto al medicinale, si può valutare un intervento più invasivo come ricorrere alla neurostimolazione – afferma il medico – tecnica che prevede l’utilizzo di stimoli elettrici applicati tramite un dispositivo. Ne esistono di vari tipi. I più semplici consistono in elettrodi messi a contatto con la zona dolorante che trasmettono un segnale elettrico per pochi minuti. Sono poi stati sviluppati dispositivi che possono essere impiantati sotto pelle accanto al nervo responsabile del dolore. Come una sorta di pacemaker. Tutto il dispositivo è interno al corpo del paziente. Anche le batterie, che possono essere ricaricate wireless come gli smartphone più moderni”.

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QUASI INVISIBILI
 Questi dispositivi, una volta installati, sono autonomi ed erogano la dose di campo elettrico calibrata sulle necessità del singolo paziente secondo le indicazioni inserite dal medico. “Chi indossa uno di questi strumenti deve solo ricordarsi di ricaricare le batterie. Una volta al giorno o anche meno, a seconda di quanto lo sfrutta durante la giornata. L’intervento per impiantare lo strumento è invasivo, ma avviene in day hospital e in anestesia locale. Una volta inserito, comincia a inviare lungo il nervo un segnale che inibisce il dolore. Il paziente non sente altro. Per lui l’unico effetto è la scomparsa della sensazione spiacevole senza l’insorgenza di altri fastidi come invece accadeva con gli strumenti di vecchia generazione. Sono ormai più di 50 anni che utilizziamo queste tecniche e sappiamo che è una tecnologia che non espone i pazienti a nessun rischio” commenta lo specialista.

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ANCORA POCO CONOSCIUTO
Nonostante la tecnologia sia sfruttata da diversi anni, sono ancora in pochi a farne ricorso. “Non sono molti i centri che applicano questi trattamenti. Le società scientifiche stanno cercando di diffonderne la conoscenza, soprattutto tra i medici di base che sono il primo contatto del paziente – conclude De Carolis – a quel punto con il medico si può valutare la necessità di ricorrere a un centro specializzato per il trattamento del dolore. Dobbiamo ricordare che curare il dolore cronico è un diritto del cittadino, stabilito dalla legge 38 del 2010, e non deve essere trascurato per scarsa conoscenza o leggerezza”.


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Mario Calabresi
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