La via italiana alla terapia anticancro non dimentichi i pazienti – Repubblica.it




Il governo, per voce del Ministro della Salute Giulia Grillo, rende noto che appoggerà gli ospedali italiani più innovativi che saranno in grado di produrre nei propri laboratori le cellule ingegnerizzate per combattere alcuni tumori, come la leucemia e i linfomi. Stiamo parlando delle terapie CAR-T in cui i linfociti del paziente, cellule del sistema immunitario, vengono istruite a riconoscere le cellule malate e a distruggerle. Una tecnologia che ha permesso di dare speranza a malati che avevano già provato, senza successo, tutte le altre terapie disponibili per le loro patologie. Due sono le terapie approvate sia negli Usa sia in Europa, ma a oggi non sono disponibili in Italia. Le aziende produttrici – Novartis e Gilead – sono in attesa che Aifa ne decida il prezzo. Ma nel frattempo i pazienti italiani che potrebbero tentare questa strada – che funziona nel 50% dei casi – muoiono, come Lorenzo Farinelli che in rete avere lanciato il suo appello per raccogliere i fondi necessari ad andare negli Usa a curarsi. Non così in Germania, in Spagna o in Inghilterra, dove le terapie sono disponibili.

LA RETE ITALIANA E’ PRONTA?
Ecco quindi la proposta del Ministro: visto il costo elevato del processo che porta all’infusione di cellule ingegnerizzate (si stima intorno ai 350mila euro a cui si aggiungono i costi di ospedalizzazione) e visto che alcuni ospedali italiani hanno delle cell factory – laboratori in cui è possibile manipolare queste cellule – e stanno conducendo delle sperimentazioni proprio su queste terapie, perché non potenziare la rete italiana di laboratori e produrle in casa abbassando così i costi? “La proposta è interessante e se l’Italia sarà messa nelle condizioni di poter produrre le terapia CAR-T sarà davvero una grande innovazione per i pazienti”, afferma Paolo Corradini, presidente della Società Italiana di Ematologia e direttore del Dipartimento di Ematologia e Onco-ematologia pediatrica dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. “Ma allo stato attuale la rete di laboratori non è pronta, ci sono solo poche facility in grado di produrre queste cellule e di certo, anche potenziandole, in tempi brevi non riusciremo a soddisfare la richiesta dei pazienti”. In altre parole: è vero, per esempio, che la cell factory dell’Ospedale Bambino Gesù è riuscita a produrre le cellule per i 21 bambini trattati finora e che aumentando la sua capacità produttiva potrebbe arrivare a coprire il fabbisogno dei piccoli con leucemia linfoblastica acuta che purtroppo non rispondono alle terapie, ma CAR-T ha dimostrato di funzionare anche nel caso dei linfomi e contando anche questi pazienti arriviamo a 700 persone che ogni anno potrebbero essere salvate da queste terapie. Senza contare che i dati degli studi sul mieloma multiplo indicano che presto potrebbe esserci un’indicazione anche per questa malattia.

UNA STRATEGIA A DUE VIE
Allo stato attuale, la cell factory presenti sul territorio riuscirebbero a soddisfare questa domanda? “Non penso. E si tratta di persone che se vivessero in Germania una chance l’avrebbero, in Italia invece oggi sono destinate a morire”, sottolinea Corradini. “Perché allora non pensare a un piano strategico misto: lavoriamo per potenziare la rete italiana ma nel frattempo diamo ai pazienti la possibilità di sopravvivere”. Oggi in Italia per i pazienti ci sono due possibilità per accedere alle CAR-T: provare a entrare nel programma di uso compassionevole attivo all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – dove si tratta un paziente al mese – oppure cercare di entrare in una delle sperimentazioni in corso. Ecco un’altra delle questioni che la proposta del Ministro non affronta: nessuna delle cell factory italiane ha concluso le sperimentazioni e quindi i loro prodotti non sono ancora certificati come sicuri ed efficaci in modo da poter entrare in commercio, a differenza dei due prodotti di Big Pharma per cui sono stati condotti studi clinici che hanno coinvolto diversi centri clinici in tutto il mondo (fra cui alcuni italiani) e che hanno portato all’approvazione da parte di tutte le autorità regolatorie del mondo occidentale.

IL FATTORE TEMPO
Insomma, prima che i centri italiani siano in grado di produrre terapie con gli stessi standard di quelle oggi offerte dalle case farmaceutiche e nelle stesse quantità ci vorranno anni, anche ammettendo di investire fin da subito decine di milioni di euro. Non si tratta, infatti, solo di avere dei laboratori certificati per poter manipolare le cellule, ma anche di formare del personale, di costruire delle nuove facility, di far partire degli studi clinici. Un investimento imponente per cui in finanziaria sono stati stanziati 5 milioni di euro, una cifra da molti giudicata insufficiente per costruire una rete. “Nel frattempo però noi clinici vediamo pazienti a cui dobbiamo dare delle risposte. Come gestiamo questo periodo di mezzo? Qual è la strategia? I pazienti muoiono quando una possibilità ci sarebbe”, conclude Corradini. “Mentre pensiamo a finanziare la terapia cellulare italiana non dimentichiamoci di chi, quando la rete sarà pronta, non ci sarà più, sconfitto da malattie che si potevano provare a curare”.    

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