Ippoterapia: con la cavalla Adelina i bambini imparano a gestire le emozioni



LA PIU’ piccola è Adelina, una pony scura che come migliore amico ha un capretto di nome Teo. Poi ci sono Jamaica e Fly Lady, due cavalline marroni, e il trio Nilo, Winter e Birbante, avelignesi dal manto dorato e la criniera bianca, quasi come il pelo di Giove, un sella italiano elegante con un passato nella Polizia di Stato. È questa la scuderia del Centro di Riabilitazione Equestre Vittorio di Capua, nato nel 1981 grazie alla donazione che la famiglia Capua fece all’ospedale Niguarda. La decisione di investire nell’ippoterapia, 40 anni fa quando era ancora poco conosciuta, fa del nosocomio milanese uno dei primi – e oggi uno dei pochi – ospedali ad aver inserito nella propria struttura un centro di riabilitazione equestre.
 
A pochi passi dalla struttura di Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, nel centro non si insegna ad andare a cavallo, si fa terapia: ogni anno circa 100 pazienti, bambini tra i 18 mesi e i 12 anni, che attraverso un progetto riabilitativo personalizzato (il cosiddetto PRI) si avvicinano ai cavalli e traggono beneficio a livello psicologico, motorio, relazionale. I percorsi avvengono in regime ambulatoriale e sono a carico del Sistema sanitario nazionale. «Abbiamo soprattutto pazienti con problemi dell’area neuromotoria, ma anche bimbi con problematiche emotivo-relazionali oppure disturbi dello spettro autistico» spiega la psicologa psicoterapeuta Michela Riceputi. «Le lezioni sono divise in due parti. La prima mezz’ora è dedicata alla relazione con il cavallo: non è detto che il bambino salga, può anche solo pulirlo o esercitarsi a salire. Nella seconda parte, invece, si svolgono attività occupazionali, ad esempio il taglio delle carote o del pane da portare agli animali del maneggio».
 
Oltre alla psicologa, alla terapista occupazionale o a un altro specialista a seconda delle necessità del bambino, durante la lezione è presente anche un coadiutore dell’animale, come previsto dalle linee guida del ministero della Salute. Una figura che segue il cavallo durante la terapia e che si occupa del suo benessere. «Ogni cavallo è stato addestrato per avere un’indole il più temperata possibile: viene desensibilizzato rispetto ad alcuni gesti dei bambini, che potrebbero essere inaspettati, per evitare reazioni brusche – continua Riceputi – Più il cavallo è rilassato, maggiori sono i benefici per il paziente».
 
Da un punto di vista terapeutico e riabilitativo, gli equini sono tra gli animali più interessanti: non solo consentono di lavorare sulla parte neuromotoria dei bimbi, ma anche su quella relazionale. E non è trascurabile il luogo in cui si fa la terapia: quasi sempre all’aperto o in mezzo alla natura. Così, gli effetti benefici ci sono già dal primo incontro e ancora prima di salire, perché con il cavallo si instaura subito un legame di empatia. È un ottimo mediatore, raccontano le esperte del centro: «molti bambini avviano prima una relazione con lui e solo dopo si aprono al terapista».
 
La terapia a cavallo, invece, si fa “a pelo”, cioè senza sella ma con una piccola copertina, e praticamente tutta al passo. Diverse evidenze scientifiche dimostrano come le caratteristiche biomeccaniche del cavallo siano in grado di agire quasi come una fisioterapia. «Un bimbo che monta deve continuamente fare aggiustamenti posturali – conferma Alice Passarini, specialista del reparto di Neuropsichiatria infantile del Niguarda – Questo lo aiuta ad avere un maggior controllo della postura, oltre che a rilassare la muscolatura e ad avere benefici sul tono muscolare». C’è poi quello che viene chiamato “maternage”: l’andamento ondulatorio equino richiama la culla e il grembo materno, stimolando ricordi ed emozioni riguardo il proprio passato e la propria identità. Ma il camminare del cavallo è utile anche ai bambini che hanno problemi di deambulazione: «L’andatura al passo riproduce un movimento simile a quello di due persone che avanzano una dietro l’altra  – conclude Riceputi – E il semplice stare a cavallo permette ai bimbi di fare esperienza della camminata».

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Carlo Verdelli
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