Francesco de molfetta galleria d’arte

FRANCESCO DE MOLFETTA
“Frankie Goes to Hollywood”

francesco de molfettaPossiamo dire che questa personale di Francesco De Molfetta nasce da una mitica immagine della grandissima scritta “HOLLYWOOD”, posta sulle colline di Los Angeles, la città che accoglieva indifferentemente talenti, nani e ballerine, che volevano trovare fortuna col cinema.

Il nostro artista sostituisce questo simbolo, o icona pop, con il proprio nome, quale metafora dell’Io che porta in sé sogni, sensibilità, memorie e capacità creative, mentre il sottotitolo “Frankie Goes to Hollywood” rimanda al ricordo del viaggio di Sinatra, o del gruppo rock omonimo, che in quel “desiderato” luogo hanno trovato gloria. De Molfetta porta in scena una serie di opere, come al solito di piccole dimensioni, che potremmo definire aforismi figurali, e non di meno concettuali, in quanto ogni lavoro si offre come pensiero decentrato, inquieto, che sfugge continuamente alla unilateralità dei comportamenti, e colpisce il “mito” stesso della “verità”, costringendo il pensiero ad andare oltre, ad abbandonare ogni stabile certezza.

Ciascuna opera – e vogliamo ricordare: La squadra di calcio, Il brodo sapeva di dado, Pidocchio, L’etto è sottolineata da un humour caldo, parodistico, surreale, irridente, ininterrotto, che l’artista addiziona a stereotipi, oggetti della società dei consumi, banalità che popolano la nostra quotidianità, per sottolineare in rosso l’inadeguatezza dell’uomo moderno ad affrontare il suo “ qui e ora” vitale.
Ma il vero protagonista di queste sculture e/o pitture è quel minuscolo omino, detto imbianchino (l’allusione va al grande imbianchino che voleva l’olocausto per cancellare un popolo?) e che si arrampica ovunque cancellando forme, idee, o parole (Un filo d’aria), sostituendo magari parti di figure con “controfigure” e metafore carico di digrignante irrisione. Ha ragione De Molfetta quando dichiara: ”Le piccole scene rappresentate (si parla propriamente di “scene” perché hanno palesemente una loro teatralità) sono sospese, congelate nello spazio, il referente onnipresente è l’uomo, o come dicono in molti l’”omino”, ed è ben consapevole che il pericolo è lì, sotto agli occhi, inevitabile e crudele”.

Questi micromondi, siano essi ricamati, o popolati di “colte” citazioni (Fontana, Ingres, Boetti), oppure ancora sostituiti da “codici a barre”, o rappresentati da stampe su tappeti persiani, generano un sentimento di spaesamento, di mescolanza tra estraneità e familiarità, che si risolve infine in un irresistibile comicità, il cui sapore è però sempre di amaro dramma.
De Molfetta si presenta come un artista provvisto di un’inesauribile desiderio di conoscere, di mescolare ricordi e incontri, proponendosi quasi come uno “schedatore” burlone di quanto la mano umana ha fatto, o il pensiero ha espresso, tingendo tutto di vizio o di virtù, di riso o di pianto, di sogni o di incubi.

Francesco De Molfetta è nato nel 1979. Vive e lavora a Milano. Dopo avere conseguito la maturità artistica frequenta la facoltà di lingue e letterature straniere e nel contempo si diploma in regia teatrale.