Alzheimer, colpire una proteina per recuperare la memoria




RICONOSCERE volti, oggetti e luoghi, ricordare e riordinare le informazioni, pianificare le proprie azioni e i movimenti nello spazio. Queste operazioni non sono scontate in chi soffre di Alzheimer, che soprattutto negli stadi avanzati perde la memoria e altre funzioni cognitive. Oggi, un gruppo di ricerca internazionale è riuscito a far riacquistare la memoria in un modello animale. Per ottenere questo risultato, gli scienziati, guidati dall’Università di Buffalo negli Stati Uniti, hanno identificato e corretto alcune anomalie nell’attività dei geni, collegate all’Alzheimer. Questo risultato apre un nuovo scenario di ricerca e prospettive terapeutiche, che in futuro potrebbero consentire ai pazienti con Alzheimer di recuperare la memoria. Lo studio è pubblicato su Brain.

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• IL RUOLO CHIAVE DELL’EPIGENETICA 
Precedenti studi hanno mostrato che nell’Alzheimer alcune anomalie, che riguardano l’espressione e l’attività dei geni, giocano un ruolo chiave. Queste alterazioni non colpiscono la struttura dei geni, ma la loro funzione, ovvero il modo in cui l’informazione contenuta nel gene diventa operativa. L’epigenetica studia queste variazioni, che in certi casi possono essere anomale e responsabili di varie patologie.

Sappiamo che alla base del declino cognitivo, ad esempio, c’è un’anomalia epigenetica che consiste nella diminuzione dei recettori del glutammato, proteine importanti per il buon funzionamento del cervello. Questi recettori, infatti, contribuiscono alla trasmissione dei segnali e alla plasticità delle sinapsi, le strutture che collegano e consentono la comunicazione fra neuroni. Così, una loro riduzione può essere associata a un calo della memoria, soprattutto di quella a breve termine, che ci consente di ricordare cosa stiamo facendo e pianificare le azioni successive.

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• LO STUDIO
Ancora, però, i ricercatori non conoscono bene perché avviene e in che modo si manifestano questa anomalia. Oggi, i neuroscienziati hanno voluto studiare il collegamento fra tale alterazione e l’Alzheimer e studiare la possibilità di frenare l‘invecchiamento cerebrale. Per farlo, hanno esaminato come cambia, nel topo con Alzheimer, l’attività della corteccia prefrontale. Fra le varie funzioni, questa regione cerebrale è coinvolta nella memoria a breve termine, nell’attenzione e nella pianificazione delle azioni ed è stato dimostrato che nell’Alzheimer non funziona a dovere.

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Dall’analisi dei tessuti cerebrali, del topo e di donatori umani deceduti, della corteccia prefrontale, gli autori hanno individuato un’anomalia epigenetica che modifica l’espressione dei geni collegati alla produzione dei recettori del glutammato. Nel cervello animale e umano con Alzheimer, infatti, questi recettori risultavano molto diminuiti. Questa anomalia che potrebbe essere responsabile del declino cognitivo. “Questo fenomeno – sottolinea l’autore Zhen Yan – porta alla perdita della funzione delle sinapsi e a un calo della memoria”.

• RECUPERARE LA MEMORIA
Ma i ricercatori non si sono fermati qui. Una volta identificato questo malfunzionamento, hanno provato a intervenire per recuperare il danno e ripristinare le abilità perdute. In particolare hanno colpito le proteine responsabili dei cambiamenti epigenetici anomali, che sono diventate i bersagli del nuovo trattamento. Questa terapia consisteva in composti, detti inibitori degli istoni EHMT1e2 .

“Quando abbiamo somministrato questi inibitori agli animali – spiega Yan – abbiamo osservato un recupero delle abilità cognitive rilevate attraverso valutazioni della memoria a breve termine, di quella legata al riconoscimento e di quella spaziale. Siamo rimasti molto colpiti da un così profondo miglioramento”. Nello studio, i benefici sono durati nell’animale per una settimana, dunque sono stati temporanei. Ora gli autori intendono provare a mettere a punto composti che possano penetrare con maggiore efficacia avere un effetto più duraturo.

In ogni caso, secondo gli autori la strada dell’epigenetica sembra essere promettente nell’Alzheimer e in altre malattie poligenetiche. “Se riuscissimo a eliminare il malfunzionamento che colpisce molti geni nell’Alzheimer, questo consentirà di ripristinare le funzioni cognitive ed eliminare i problemi del comportamento”.

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